Teatro Rossosimona (Rende - CS)
La verità vive
Indagine teatrale: Le donne e la Mafia


di e regia
Lindo Nudo
Con
Elena Fazio - Rossana Micciulli - Alessandra Aulicino - Serena Ciofi - Maria Marino - Chiara Vinci

Aiuto regia Caterina De Bartolo
Collaborazione drammaturgica Domenico Donato Mariolino Stancati
Scenografia e costumi Nicola Cosenza
Musiche Mirko Onofrio
Tecnico Audio e luci Alessandro Rizzo
Addetto Stampa Doriana Macrì
Consulenza giornalistica Arcangelo Badolati
Il brano “Peppina a nira” è scritto da A. Badolati

La verità vive è spettacolo/indagine sul cancro sociale della mafia , raccontata attraverso lo sguardo ignorato delle donne , che sembrano essere escluse da un'organizzazione costruita e modulata su di un impianto gerarchico esclusivamente maschile, ma che invece, grazie anche a ciò che è emerso dagli studi della sociologa Renate Siebert , si sono rivelate collaboratrici indispensabili, depositarie di tutta una cultura e dei segreti più riposti della sua organizzazione e, soprattutto da un ventennio a questa parte, si sono distinte in particolare nella lotta contro la mafia. Il lavoro prende avvio dal laboratorio teatrale, tenuto presso il teatro Rossosimona con sede nella zona polifunzionale dell'Università della Calabria, approntato sull'alternanza di momenti di studio approfondito e di ricerca di materiale informativo su alcune protagoniste della lotta antimafia con altri di sperimentazione fisica del groviglio emotivo che caratterizza lo stravolgimento della denuncia : l'isolamento, la minaccia, il rischio continuo per i propri familiari, per molte di queste donne il prendere atto e rivoltarsi contro una mentalità che le ha formate e integrate e in cui rimangono fortemente impigliate. Tra le figure emerse durante lo studio pluridimensionale affrontato si è imposta Rita Atria, la diciottenne che insieme alla cognata Piera Aiello ha deciso di denunciare gli assassini del fratello ucciso, come il padre in precedenza, per mano mafiosa, affidandosi al magistrato Paolo Borsellino il quale si occupa personalmente del caso e la pone sotto la sua protezione: in una escalation di minacce e di assoluto isolamento che hanno una influenza decisa sullo stato psicologico della ragazza, provocato nello specifico dal ripudio materno, Rita, in seguito alla tragica morte del magistrato, si sente completamente sola e abbandonata ad un destino di persecuzione e morte prematura e decide di anticipare la mano onnipotente della mafia ponendo fine ad un'esistenza destinata alla solitudine, quella insostenibile dagli affetti familiari, e si lancia giù dalla finestra della casa romana in cui viveva in qualità di testimone protetto, in una domenica di luglio del 1992. Negli archivi della memoria collettiva rimane indelebile l'immagine della madre che distrugge a colpi di martello la foto sulla lapide di Rita sepolta lontana dalla famiglia, con una straordinaria volontà di riappropriazione di un bene che, baluardo di una atavica cultura, le è stato indebitamente sottratto. L'attenzione rivolta al complesso rapporto di questa madre con la propria figlia è stata la cifra che ha permesso il confronto fra due mondi e generazioni in lotta, ma soprattutto ha fatto emergere la solitudine che viene dall'arroccamento alla stabilità psicologica della quotidianità e quella della rivolta allo stato delle cose , alla resa, che stravolge un amore che si pensa come possesso e cieca fedeltà che legittimi la latenza del senso di colpa. Lo spettacolo prende il nome dalla frase scritta da Rita prima del tuffo nel vuoto, a testimonianza dell'importanza del suo gesto di rivolta che non può essere cancellato neppure dalla sconfitta umana di Borsellino e dei suoi 18 anni. L'isolamento sociale, la rovina economica e la rivolta familiare appartengono anche alla storia di Michela Buscemi, la donna che decide di costituirsi parte civile per la morte del fratello e che resiste a lungo alle minacce della mafia senza riuscire a portare la sua battaglia fino in fondo, ritirandosi dal processo in corso, dopo lunghe umiliazioni: anche qui è protagonista il conflitto tra due donne, ancora una volta madre e figlia, sperimentato attraverso l'espressione fisica del dolore in una lotta/danza che richiama i rituali catartici dell'antichità e che sopravvivono ancora nelle nostre tradizioni popolari (il pianto rituale delle prefiche/la danza dissacratoria della taranta). I punti di vista raccolti dall'indagine sociale di Lindo Nudo sono numerosi e diversi - è confermata la sua vocazione alla coralità - attraversando anche le montagne aspromontane e le storie e i segreti che nascondono, riportandoci indietro verso il coraggioso atto di rivolta diretto e spregiudicato di Angela Casella il cui figlio, il piccolo Cesare, viene rapito e confinato nelle sibilline montagne calabresi. Scesa giù nella terra dei briganti si incatena in segno di protesta nello stesso covo dei mafiosi: la tensione del sequestratore e l'angoscia del sequestrato sono stati efficacemente rivisitati attraverso l'utilizzo di spazi angusti e la riproposizione di condizioni psicofisiche destabilizzanti (l'attore è chiamato innanzitutto a vivere sulla propria pelle le lacerazioni emotive che poi dovrà trasmettere). Lindo Nudo rispolvera delle storie cestinate dall'opinione pubblica non per riaprire casi o monumentalizzare interpretazioni attraverso giudizi che si arrogano il ruolo di presunte verità, ma per rinnovare la portata demistificatoria delle domande che, ferendoci, ci fanno rivivere le contrastanti emozioni della vittima di mafia a tutti i livelli. La sua indagine propone un'incisività sociale e si pone un obbiettivo pedagogico che passa attraverso la sperimentazione dell'universo emotivo di una parte di umanità ignorata o messa a tacere, per recuperarne la valenza sociale e riscoprire in essa gli strumenti d'intervento per una lotta nuova e vera: l'emozione, l'identificazione.