| Fondazione Teatro Due |
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Argilla, roccia nata dal fango, bianca e porosa, terra friabile pronta a sgretolarsi. Solo un tavolo lungo e stretto e cinque donne intorno, sei sedie. Interno dove guardare come dal buco di una serratura, primo piano su un'orda al femminile. Quattro donne appena tornate, la quinta le accoglie, forse le ha chiamate. Per assistere la madre morente? O per ricordarla? Ma è davvero la madre in quella camera chiusa? E' solo lei che sta morendo? Come fosse cibo, dopo una lunga astinenza, le donne consumano e divorano immagini e storie, desideri, rancori, memorie d'infanzia e ossessioni, mentre il giorno s'incrina nella notte e la notte nell'alba, il tempo bianco della vestizione. Quel tavolo, come una trappola per topi, espone i corpi e produce mutazioni: posture anomale, spazi inattesi, buchi temporali. Finzioni e travisamenti volontari. Si veglia una morte e una morte le veglia, il corpo resiste, ha una voce e un odore, si ostina a non voler morire. E una lotta s'ingaggia con i morti, in un'intimità meravigliosa e terribile, sgranando, come sul rosario di famiglia, un inventario e una conta dei defunti, un calendario di abbandoni precoci. |