Spesso, ascoltando le storie drammatiche di donne dei paesi musulmani, mi capita di sentire l'eco di altre storie. Storie di donne calabresi dell'inizio del secolo scorso, o della fine del secolo scorso, o di oggi. Quando il lutto per le vedove durava tutta la vita. Per le figlie, anni e anni. Le donne vestivano quasi tutte di nero, compreso una specie di chador sulla testa, anche in piena estate. E il delitto d'onore era talmente diffuso che una legge apposita quasi lo depenalizzava.
Partendo dalla "piccola" ma emblematica storia di una donna calabrese, lo spettacolo offre lo spunto per una riflessione sulla condizione della donna in generale. Parlando del proprio villaggio, lo spettacolo parla della condizione della donna nel villaggio globale, collegandosi anche a quella dell'Islam. Facendo il percorso inverso, cerca di evitare la trappola delle polemiche di carattere politico o religioso.
Tutto è partito dalla lettura di un libro, Bruciata viva, di Suad, una donna cisgiordana. Ma lo spettacolo è partito da tutto quello che questa lettura ha risvegliato. Voci di donne del sud, di madri, di nonne, di zie, delle loro amiche e delle amiche delle amiche, di tutto il parentado e di tutto il vicinato. E tra queste una in particolare. La "piccola", commovente, a tratti grottesca storia di una donna del nostro meridione.