Dopo l'intensa esperienza produttiva sviluppata all'interno del carcere di Arezzo con L'APOCALISSE SECONDO BECKETT, spettacolo/omaggio al grande drammaturgo irlandese, il TEATRO POPOLARE D'ARTE si cimenta con il più famoso testo di Samuel Beckett. Nel 1948 - dopo la catastrofe, anche atomica, della seconda guerra mondiale - ASPETTANDO GODOT mostrava con infinita amarezza la crisi dell'uomo occidentale. E oggi? Che valore ha oggi un testo così perfetto nel rapporto forma/contenuto?
Nella nostra lettura abbiamo privilegiato la chiave tragicamente farsesca, quasi ad evidenziare le numerose catastrofi quotidiane nelle quali i protagonisti del testo (ma anche tutti noi) inciampiamo. In quei momenti perdiamo lucidità e visione esatta della nostra condizione. I contorni delle cose si sfumano e irrompe il caos simbolico. L'uomo, e il suo linguaggio, sembrano perdere i punti di riferimento. Beckett - ha scritto Günther Anders - si <<concede il lusso di non raccontare più un' "azione", lo fa perché tratta della vita che non agisce; se si arroga il diritto di non offrire più una "storia", lo fa perché mette in scena l'uomo senza storia>>.
La nostra scena presenta una pedana rettangolare inclinata, una scatola bianca, il canonico alberello previsto da Beckett. Un sottopalco - attivato da presenze, rumori, voci, suoni, musiche - accenna alle materie basse, sottostanti, ancestrali da cui provengono gli atteggiamenti umani; Kantor ha lavorato molto sulla Ür-materie, ovvero gli strati profondi dell'esistenza.
I due protagonisti - Vladimiro e Estragone - ci appaiono come due clown/maschere condannati (un clown bianco e un clown Augusto) a parlare delle loro sensazioni residuali di vita. Sembrano collocarsi fuori dalla Storia, eppure con candore affrontano i grandi e i piccoli temi dell'umanità: la religione, la poesia, la fame, l'amore, l'attesa, le scarpe che fanno male, il sempre possibile suicidio: la necessità di parlare per sentirsi vivi.
Nel circo delle loro discussioni (dove Vladimiro pone l'accento maggiormente sul dover essere e Estragone sull'essere) irrompe improvvisamente la coppia padrone-servo di Pozzo e Lucky, segnata profondamente dalla Storia; i due - esiti sconnessi delle violenze del Novecento - si trascinano l'un con l'altro nel dramma impossibile della comunicazione, nella perdita di ruolo sociale. Pozzo evidenza la sua impotente volontà di potenza e Lucky allude ad un'antica sapienza, ormai totalmente disorganica a se stessa e all'intera umanità: come se la conoscenza dell'uomo avesse portato ad una sorta di degenerazione, di corto circuito del pensiero. Alla fine di ognuno dei due atti un ragazzino annuncia il possibile arrivo.