Teatro Popolare D'Arte

ASPETTANDO GODOT

di Samuel Bekett
adattamento al testo e regia Gianfranco Pedullà
musiche Marco Magistrali
con Marco Natalucci, Nicola Rignanese, Daniele Bastianelli,
Alessandra Bernardeschi,Tito Anisuzzaman

Dopo l'intensa esperienza produttiva sviluppata all'interno del carcere di Arezzo con L'APOCALISSE SECONDO BECKETT, spettacolo/omaggio al grande drammaturgo irlandese, il TEATRO POPOLARE D'ARTE si cimenta con il più famoso testo di Samuel Beckett. Nel 1948 - dopo la catastrofe, anche atomica, della seconda guerra mondiale - ASPETTANDO GODOT mostrava con infinita amarezza la crisi dell'uomo occidentale. E oggi? Che valore ha oggi un testo così perfetto nel rapporto forma/contenuto?
Nella nostra lettura abbiamo privilegiato la chiave tragicamente farsesca, quasi ad evidenziare le numerose catastrofi quotidiane nelle quali i protagonisti del testo (ma anche tutti noi) inciampiamo. In quei momenti perdiamo lucidità e visione esatta della nostra condizione. I contorni delle cose si sfumano e irrompe il caos simbolico. L'uomo, e il suo linguaggio, sembrano perdere i punti di riferimento. Beckett - ha scritto Günther Anders - si <<concede il lusso di non raccontare più un' "azione", lo fa perché tratta della vita che non agisce; se si arroga il diritto di non offrire più una "storia", lo fa perché mette in scena l'uomo senza storia>>.
La nostra scena presenta una pedana rettangolare inclinata, una scatola bianca, il canonico alberello previsto da Beckett. Un sottopalco - attivato da presenze, rumori, voci, suoni, musiche - accenna alle materie basse, sottostanti, ancestrali da cui provengono gli atteggiamenti umani; Kantor ha lavorato molto sulla Ür-materie, ovvero gli strati profondi dell'esistenza.
I due protagonisti - Vladimiro e Estragone - ci appaiono come due clown/maschere condannati (un clown bianco e un clown Augusto) a parlare delle loro sensazioni residuali di vita. Sembrano collocarsi fuori dalla Storia, eppure con candore affrontano i grandi e i piccoli temi dell'umanità: la religione, la poesia, la fame, l'amore, l'attesa, le scarpe che fanno male, il sempre possibile suicidio: la necessità di parlare per sentirsi vivi.
Nel circo delle loro discussioni (dove Vladimiro pone l'accento maggiormente sul dover essere e Estragone sull'essere) irrompe improvvisamente la coppia padrone-servo di Pozzo e Lucky, segnata profondamente dalla Storia; i due - esiti sconnessi delle violenze del Novecento - si trascinano l'un con l'altro nel dramma impossibile della comunicazione, nella perdita di ruolo sociale. Pozzo evidenza la sua impotente volontà di potenza e Lucky allude ad un'antica sapienza, ormai totalmente disorganica a se stessa e all'intera umanità: come se la conoscenza dell'uomo avesse portato ad una sorta di degenerazione, di corto circuito del pensiero. Alla fine di ognuno dei due atti un ragazzino annuncia il possibile arrivo.