Il punto di partenza di questo progetto è la
fiaba "Barbablù" di Perrault, presa come pretesto per
raccontare una storia in cui sono innestati altri testi e altre storie.
Abbiamo cercato di privilegiare e recuperare una certa oralità,
attraverso il racconto "raccontato" che diventa fabula (trama),
nuova affabulazione. Un narrare prolisso, e pure lineare. Il racconto
di Barbablù vuole incantare e infondere le suggestioni insite
nel testo, facendo assaporare e vivere le sensazioni e le atmosfere
gotiche e d’orrore della fiaba. Le tipologie personali che troviamo
in questo nuovo testo (teatralizzabile) sono tre: i contadini, i ricchi
proprietari e i maiali che sono il tramite verso l’invisibile. A sottolineare
un’animalità ambigua che affiora laddove comunemente non dovrebbe
esserci.
Un attore da solo in scena "sempre distinto dai personaggi di cui
narra" fa una sorta di disamina dei fatti accaduti. Un’inquisizione
in cui vengono messe in evidenza le movenze e le conseguenze della vicenda.
A contornare il racconto i suoni e i rumori fuori campo, che contribuiscono
ad evocare e accompagnare le tappe di questa storia che dovrebbe assumere
le sembianze del mito. Lo spettatore sarà collocato al centro
della scena come scrutatore della storia. Attraverso un approccio semplice,
ma non banalizzante, abbiamo cercato di ricostruire una rappresentazione
che privilegi, nella sua essenzialità, una dimensione teatrale/spettacolare
"d’altri tempi", dove sia possibile ancora provare emozioni
e suggestioni sulla propria pelle. Come quando le storie prendevano
forma nella semioscurità delle mura domestiche, dove il vero
e l’inventato, il sacro e il profano, si mescolavano. Storie orali che
spesso diventavano miti e leggende, da bocca a bocca, per tutto il popolo.
Tuttavia, la pretesa del dramma radiofonico è assolutamente prioritaria
rispetto a quella della ricostruzione antropologica. L’ascolto della
voce e del suono sintetizzato resta l’unico contraltare del racconto,
raggiunto e parificato ad un livello non comune anzi, dove il senso
comune, la generale visione del mondo si traduce, si masterizza all’infinito,
in una cristallizzazione, volutamente fuorviante, continuamente ripresa
e adombrata dalla tecnica di montaggio adottata. La scarnificazione
del testo originale, insomma, la creazione del nuovo testo teatrale,
il grado elementare della sintassi, rilanciato nel modello spregiudicato
della virgolistica, il linguaggio e alla fine lo stile, non sono il
tutto. Rispecchiano la tecnica personale dell’attore e la specifica
necessità radiofonica.
Barbablù allevava i maiali senza ucciderli; i contadini allevavano
i maiali per ucciderli; Barbablù non aveva figli e uccideva le
mogli, mentre i contadini, con la carne del maiale sfamavano le mogli
e i figli. Questo è in breve il quadro della situazione contemporanea.
Un quadro in cui non è facile collocarsi ne schierarsi, in cui
la scelta più semplice "carne o pesce? Pollo o insalata?"
diventa parte di un tutto, da cui non si può fuggire. Stiamo
parlando naturalmente di un livello delirante della coscienza, che appare
tuttavia l’unico strumento conoscitivo rimasto all’uomo. Tutto questo
fa il pari con quella che una volta si chiamava creazione poetica, l’atto
del fare più che il prodotto. E così il teatro contemporaneo
varcando soglie, guadagnando terreni, battendo nuove strade, di volta
in volta ripiegato su se stesso, si lecca le ferite passando in rassegna
una per una le sue membra ibride. Spesso si tratta di ricucire, di mettere
insieme pezzi scollati, di colmare intervalli, di prolungare o di abbreviare,
di ingigantire o di minimizzare. E’ una questione di scelte, è
una questione capitale.