Porta cenere
"La stanza dei maiali"
di e con Natale Filice

Il punto di partenza di questo progetto è la fiaba "Barbablù" di Perrault, presa come pretesto per raccontare una storia in cui sono innestati altri testi e altre storie. Abbiamo cercato di privilegiare e recuperare una certa oralità, attraverso il racconto "raccontato" che diventa fabula (trama), nuova affabulazione. Un narrare prolisso, e pure lineare. Il racconto di Barbablù vuole incantare e infondere le suggestioni insite nel testo, facendo assaporare e vivere le sensazioni e le atmosfere gotiche e d’orrore della fiaba. Le tipologie personali che troviamo in questo nuovo testo (teatralizzabile) sono tre: i contadini, i ricchi proprietari e i maiali che sono il tramite verso l’invisibile. A sottolineare un’animalità ambigua che affiora laddove comunemente non dovrebbe esserci.
Un attore da solo in scena "sempre distinto dai personaggi di cui narra" fa una sorta di disamina dei fatti accaduti. Un’inquisizione in cui vengono messe in evidenza le movenze e le conseguenze della vicenda. A contornare il racconto i suoni e i rumori fuori campo, che contribuiscono ad evocare e accompagnare le tappe di questa storia che dovrebbe assumere le sembianze del mito. Lo spettatore sarà collocato al centro della scena come scrutatore della storia. Attraverso un approccio semplice, ma non banalizzante, abbiamo cercato di ricostruire una rappresentazione che privilegi, nella sua essenzialità, una dimensione teatrale/spettacolare "d’altri tempi", dove sia possibile ancora provare emozioni e suggestioni sulla propria pelle. Come quando le storie prendevano forma nella semioscurità delle mura domestiche, dove il vero e l’inventato, il sacro e il profano, si mescolavano. Storie orali che spesso diventavano miti e leggende, da bocca a bocca, per tutto il popolo. Tuttavia, la pretesa del dramma radiofonico è assolutamente prioritaria rispetto a quella della ricostruzione antropologica. L’ascolto della voce e del suono sintetizzato resta l’unico contraltare del racconto, raggiunto e parificato ad un livello non comune anzi, dove il senso comune, la generale visione del mondo si traduce, si masterizza all’infinito, in una cristallizzazione, volutamente fuorviante, continuamente ripresa e adombrata dalla tecnica di montaggio adottata. La scarnificazione del testo originale, insomma, la creazione del nuovo testo teatrale, il grado elementare della sintassi, rilanciato nel modello spregiudicato della virgolistica, il linguaggio e alla fine lo stile, non sono il tutto. Rispecchiano la tecnica personale dell’attore e la specifica necessità radiofonica.
Barbablù allevava i maiali senza ucciderli; i contadini allevavano i maiali per ucciderli; Barbablù non aveva figli e uccideva le mogli, mentre i contadini, con la carne del maiale sfamavano le mogli e i figli. Questo è in breve il quadro della situazione contemporanea. Un quadro in cui non è facile collocarsi ne schierarsi, in cui la scelta più semplice "carne o pesce? Pollo o insalata?" diventa parte di un tutto, da cui non si può fuggire. Stiamo parlando naturalmente di un livello delirante della coscienza, che appare tuttavia l’unico strumento conoscitivo rimasto all’uomo. Tutto questo fa il pari con quella che una volta si chiamava creazione poetica, l’atto del fare più che il prodotto. E così il teatro contemporaneo varcando soglie, guadagnando terreni, battendo nuove strade, di volta in volta ripiegato su se stesso, si lecca le ferite passando in rassegna una per una le sue membra ibride. Spesso si tratta di ricucire, di mettere insieme pezzi scollati, di colmare intervalli, di prolungare o di abbreviare, di ingigantire o di minimizzare. E’ una questione di scelte, è una questione capitale.