L’esistenza di
un progetto, ancora uno, su Amleto, è legittimata da questo stato
del mondo. Cos’altro potrebbe fare un attore? Amleto è giovane,
altro che Laurence Olivier, e un giovane attore oggi vuole/deve fare
di Amleto il suo one man show: interpretare il principe, il padre, la
madre, lo zio, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildenstern e tutti i
metateatranti.
Amleto si organizza il proprio quadrato vitale, la sua casa sull’albero,
funzionale prigione privata in cui ricevere i suoi personali spettri,
in cui incontrare Ofelia con cattolici sensi di colpa, in cui condividere
lo spazio materiale con quell’unico amico Orazio (che dal flauto può
provarsi a fare uscire una musica viva e parlante).
Amleto armeggia sul palcoscenico intorno a registratori, microfoni,
amplificatori, luci, interruttori, effetti elettronici, non ha bisogno
di maestranze intorno, nessun tecnico, nessun servitore, nessuna corte,
nessun Polonio nascosto dietro una quinta, nessun Rosencrantz o Guildenstern
compagni di viaggio.
Da una postazione quotidiana, architetta arditezze sonoro-acrobatiche.
Il dire di Amleto è in contrappunto con la musica. Il contrappunto
è con le voci in playback, con i notturni ritmi di una drum machine,
con le voci metalliche di una segreteria telefonica che non ha saputo
trattenere data e ora.
Amleto dice del potere, dell’amore, della famiglia, dell’amicizia, e
dell’umano tradimento. Dice registrando la voce sua e quella degli spettri,
registrando riascolta e re-interviene sulla voce distorta, anch’essa
spettrale, sebbene riconoscibile nella sua teatrale diretta.
Il testo così trasposto è una strana melodia capace di
abbattere i confini ridotti della stanza/cervello del principe, il suo
ritmo è sotterraneo ma percepibile, si riflette nella corporea
macchina di Amleto, trasborda dal palco come un concerto di musica rock.
Unica interfaccia visiva, sono le enormi pagine bianche che Amleto trova
nel suo armadio degli spettri, e le quotidiane uniformi indossate per
fugare vecchi dubbi e per alimentarne di nuovi. Le figure che prendono
forma sono in perenne lotta per non morire o per non vivere, il loro
tentativo di prendere vita avviene solo affidandosi al suono, vorrebbero
diventare carne e sangue e forse danzare"