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1985:
ULTIMA CHANCE Non amo il teatro di ricerca, anche se sono un sincero estimatore di Giancarlo Sepe. Memè Perlini non mi ha mai convinto. Mi piace la Kusterman. E ho subito l'accattivante fascino della Gaia Scienza. Insomma, per fugare ogni equivoco, voto Ronconi. Ma allora, si dirà, che c'entri tu con l'Ultima chance? Proprio per essere uno che è fuori dai viscerali amori incondizionati o da pregiudizievoli ostracismi verso il teatro d'avanguardia, posso parlarne liberamente, sinceramente, senza paura di ritorsioni o facili entusiasmi. Non sono un critico di teatro, nè destinato ad esserlo;sono uno del seguito, "pieno di solenni sentenze, ma un pò ottuso",come recita il grande Eliot. Tenterò soltanto di percorrere un sogno, la mia visione dello spettacolo di Antonante e Costabile. E come di tutti i sogni conservo brandelli di memoria, fugaci apparizioni, immagini lampeggianti, emozioni viscerali, nostalgie indecifrate. Certamente conservo, chiaro e indelebile, un appagamento felice. Ma non è questa, forse, la funzione estetica? Non pretendo di dare ordine ai ricordi, cercherò di esprimerli lasciandoli emergere dal profondo ,con l'automatismo e l'incoerenza propri di una scrittura quasi surrealista. Il trenino è in alto e si muove, giocattolo e archetipo di ogni fantasia evasiva, avventurosa, dinamica. Il trenino dell'infanzia, ma anche e soprattutto dell'età adulta, del grande mito cinematografico, che ha all'origine locomotive e vagoni, profili di fumaioli e modellini più veri della realtà. Perchè si ferma? Perchè si muove? Perchè sparisce? L'effetto si fa nostalgia; è in alto ,non si può toccare, solo inseguire con gli occhi, in alto come uno schermo cinematografico di cui ha la bidimensionalità (entra da sinistra,esce da destra). Ecco lo stupore del base-ball... Anni '50. La cultura dell'american way of life che irrompe in un universo di trottole e cerchi. E' una mazza-clava, moderno-antico, gioco e guerra, sfida e minaccia. Blow up di una partita tra realtà e Antonioni, tra teatro e cinema,tra ritmo e immobilità ,in uno spazio che si popola di inquadrature senza pellicola. Magritte. Magritte, oppure Sironi, o il Doganiere.. Un uomo che va, la bicicletta portata a mano, triste,malinconico e sicuro. Viaggiatore senza viaggio. Ruota senza moto. Il trucco di una donna, il trucco di una madre, di una sorella. In alto,quasi su un comò, che è gabbia. Come gabbia è il box in vetro dentro il quale un uomo dibatte la propria angoscia e solitudine, cercando un contatto, un rapporto che forse vede, ma non può realizzare. E voci umane che si alternano al microfono quasi primi piani sonori, quasi urli espressionisti amplificati e impastati di musica. Infine un uomo che si arrampica sul traliccio di ferro (gabbia?comò?) e la visione che si spegne in Camus e il suo "Mito di Sisifo". Ma non ci arrampichiamo forse tutti verso un futuro che ci ripiomba nel passato? (Antonio Bertini) |
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