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All'improvviso il velo si squarciò e, con un fragore di timpani, irruppe la luce. Calda, impetuosa e accecante. Mi costrinse a serrare ancora gli occhi. Il volo del falco tagliò l'aria come una sciabolata e dalla ferita azzurra sgorgarono gocce di rugiada che s'incastonarono nella roccia come perle. La luce rigurgitò antiche memorie e ogni residua resistenza calcarea si frantumò riempiendo di schegge colorate e folli il letto fiume. L'acqua intorno a me scorreva gorgogliando come in una gola assetata. Alzai nuovamente lo sguardo verso il cielo, attraverso la ferita i colori divampavano incendiando ogni cosa. Non c'era niente in grado di contenerli. Tranne la notte e la morte che aggrappate e nascoste dentro le rocce lucide e nere continuavano a tessere il filo buio degli agguati in cui vittime innocenti ed ignare soccombono silenziose e predestinate. L'acqua insinuava messaggi negli anfratti più oscuri e velava di magiche trasparenze i riverberi. Come Una biscia che scivola sui sassi del guado in cerca di mosche e di sole le parole scomparivano una dopo l'altra rotolando giù per i costoni. Il silenzio cominciava ad amalgamare grumi che inghiottivano la voce. Anche i grilli e i rospi vennero schiacciati sotto il suo peso. Cominciai a correre in cerca dell'uscita mentre alle mie spalle rimbombava il muggito sordo di mille tori infuriati. I melograni avevano il colore del sorriso delle ragazze quando hanno pensieri nascosti e dolcissimi. La grirra sotterranea era piena di echi e di bugie. Io dovevo trovare il passaggio che porta all'inizio del tempo. Riscoprire la lunga strada dell'eco originaria. L'impronta del dio che esalta e ferisce a morte i suoi sudditi. La sorgente primigenia che disseta gli alberi dalle grandi radici. Il muschio eterno che allevia le ferite e profuma il ricordo. Allora ripresi a chiamarti con il viso coperto dalla maschera. Sapendo che non c'eri e che non avresti potuto sentire. Sapendo che ogni maschera nasconde la verità della menzogna suprema. Della sfida che, come un dardo infuocato, rende ciechi. La memoria del tempo, del tempo che ti devo e che ti ho dato, del tempo che ho speso senza risarcimenti e senza resurrezioni. Una primula aggrappate alla parete incantò nuovamente la luce e scacciò l'incubo. I gabbiani ripresero a correre sulla riva del mare. E il sole sgominò i suoi ultimi e bastardi nemici chiamando a raccolta gli sciamani che avevano attraversato la notte ebbri di vino rievocando incantate magie intorno ai fuochi del bivacco. Il viaggio era finito. Ancora una volta, e riprendevo il cammino. |