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"In
viaggio con il CENTRO
R.A.T."
di Francesco Dionesalvi
(Giugno 1991)
Il
volo Mosca-Erevan ricorda molto da vicino un panorama di guerra, non
per presenze militari,ché al contrario, l'esercito in Armenia si vede
piuttosto poco, ma per la corsa agli approviggionamenti, per l'ammucchiarsi
incontrollato della gente, perché sono del tutto saltate le norme di
sicurezza sanitaria come quella di pura e semplice organizzazione del
"traffico. Grandi quantità di persone attraversano a piedi la pista
dell'aereoporto, cariche di bagagli di cartone. L'aereo parte con sei
ore di ritardo, ed è così tutti i giorni, per tre voli al giorno. L'Armenia
è, in questo momento, un territorio chiuso da tutti i lati. Da una parte
c'è la Turchia, che costituisce il nemico storico dell'Armenia: ne
fa parte un a vasto territorio che tuttora ad Erevan chiamano Armenia
Occidentale, e che la Turchia si è annesso settantacinque anni fa, operando
un eccidio di armeni che è poco ricordato dagli storici ma che non ha
molto da invidiare a genocidi più famosi. Poi i paesi musulmani, con
cui gli armeni non hanno alcun dialogo: l'Iran e l'Azerbaijan, un confine
caratterizzato da un cuscinetto di terra di nessuno, tipico dei paesi
in guerra, il cui attraversamento deve mettere in conto la possibilità
di essere falciati dai mitra. E, dopo i recenti disordini, anche il
confinecon la Georgia è sottoposto dalle autorità sovietiche ad una
attenzione particolare, sì che si attraversa con molta difficoltà.
Ma l'Armenia non è un paese in guerra: non è questo il senso di queste
strade che alle ventidue diventano semideserte.
No,
l'Armenia è un paese isolato, che urla la sua solitudine e la sua rabbia
da sotto un cumulo di macerie, a un resto del mondo che avverte sempre
più distante. Non c'è, allora, che quell'unico, maledetto volo per Mosca.
Il volo della speranza e della follia. Il volo dei cartoni annodati,
carichi di cibo raro, di tutto quello che manca. Tranne naturalmente,
quei milioni di blocchi di cemento che nessuno in quell'aereo può trasportare,
e che sarebbero indispensabili per una ricostruzione che tarda dannatamente,
e lascia da tre anni il paese a piangere sulle sue macerie, tragici
e buffi monumenti esposti lungo tutte le vie, a celebrare un tempo che
non riesce a trovare, qui come in tante altre latitudini, la misura
del suo cammino.
Sono stato al seguito di un gruppo teatrale, il Centro R.A.T. - Teatro
dell'Acquario di Cosenza,che effettuava una tournèe di 25 giorni
in una regione così"improbabile".
Le
difficili condizioni in cui versa l'Armenia avevano sconsigliato la
tournée, ma gli artisti calabresi non si sono tirati indietro, consci
che la loro presenza avrebbe significato un piccolo ma importante contributo
alla causa della pace e dello sviluppo della convivenza civile.
Il
Centro R.A.T. ha portato in Armenia quattro spettacoli:
* "RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO" regia Massimo Costabile;
* "AL DI LA' DEL MARE" regia Antonello Antonante;
* "GIANGURGOLO IN COMMEDIA" regia di gruppo;
* "IL PRINCIPE FELICE" regia Gianfranco Quero.
In
tutto, nel corso della tournée sono state date 21 repliche a Erevan,
Leninakane, Kirovakane, Spitak. Il programma è stato completato da una
serie di incontri e scambi di esperienze con gli artisti del teatro
armeno. La presenza della compagnia calabrese è stata salutata da continue
attestazioni di stima e di amicizia, a tutti i livelli. Il pulman degli
artisti veniva fatto fermare alle porte di ogni città in cui doveva
tenere gli spettacoli, e lì il comitato di accoglienza effettuava una
cerimonia rituale, offrendo doni, proponendo canti e balli folcloristici.
Alle porte di Leninakane ci hanno accolto con un grande pane rotondo,
su cui poggiava un vassoietto con del sale: tutti, a turno, dovevano
intingere un pezzetto di pane nel sale e mangiarlo. Eppure Leninakane
è una città devastata dal terremoto del 1988, e che non è stata ricostruita
se non in minima parte. Diversi palazzi di dieci-dodici piani sono crollati.
Il numero dei morti non è stato mai calcolato con precisione. Ora, al
posto dei palazzi, non vi sono che prefabbricati, nei quattro quinti
della città. La piazza centrale aveva una chiesa assai bella, di cui
è rimasta solo la facciata. Dappertutto ci sono macerie accatastate:
blocchi di cemento, ma anche relitti di ogni genere. Sembra che il terremoto
sia avvenuto dieci giorni fa, e invece sono passati tre anni.
Da
ricordare il debutto di "RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO" al Teatro
Stanislavskj di Erevan.. Già a Wroclaw, in Polonia, due anni fa, era
andata molto bene, era piaciuto; e lì l'emozione era più forte, il
primo confronto dello spettacolo con un pubblico non italiano.
Ora,
in terra armena i protagonisti si sentono sicuri. Ed è un successo.
I "bravo" si sprecano, gli attori vengono richiamati più volte,
il pubblico scandisce il tempo ritmicamente, tanti fiori.
E'
un'emozione.
All'uscita
di una replica di "Ricostruzione di un delitto", con l'aiuto
di Margherita, intervisto un pò di spettatori. Una ragazza mi dice:"
E' uno spettacolo molto bello, interessante, ricco di immagini. Avrei
preferito che durasse di più, ci avevo preso gusto."
Una
signora anziana:" Un ottimo spettacolo. Dovremmo vederne tanti,
di questo tipo, perché ci mancano i punti di riferimento e quindi ci
diventa difficile coglierli pienamente".
Un
attore:" E' uno spettacolo affascinante. Suscita in me uno slancio
d'amore, di amore universale. C'è dentro un discorso di poesia, che
è universale. In Armenia siamo troppo presi dai nostri problemi, e non
possiamo fare un teatro così."
A
Spitak, la cittadina praticamente non esiste più. Il terremoto l'ha
rasa al suolo.
Esistono
tanti villaggi, colonne di prefabbricati, sistemati con mano pietosa
da paesi stranieri. Sono veri armeni quei bambini che conducono una
del nostro gruppo attraverso le baracche, verso un magazzino che trovano
chiuso; e, poi, una bambina ancora a casa sua, a regalarle le sigarette
che cercava e, poi, a rifiutare il compenso, a rivendicare il suo diritto
a fare un dono. E ti tocca nell'intimo, ti lascia senza voce, vedere
questi bambini, quasi tutti orfani, al villaggio Italia, che assistono
al "Principe Felice", lo spettacolo di Gianfranco Quero,
e le ombre cinesi della fiaba si proiettano in uno spazio fatto di niente.
L'accoglienza
ricevuta è stata ovunque calorosissima, perfino commovente. In onore
degli ospiti italiani, tanti artisti armeni si sono esibiti in spettacoli,
danze e brindisi vivaci. Senza mai perdere di vista la drammaticità
del contesto sociale; ma con la volontà ferma di lanciare ponti nuovi
fra l'Armenia e il mondo, di aprire spazi di conoscenza e di confronto.
E il Teatro, l'arte, possono essere antesignani di uno sviluppo di relazioni
culturali e umane a tutti i livelli.
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